Giovan Tomaso. (Bibliografia 10 – pag. 4.)

Fu il più eminente personaggio di questa linea: Sposa: (a) nel 1523 Delia Roero-Sanseverino, (da questo primo matrimonio nasce Beatrice) e (b) Antonia di Montafia, figlia di Giorgio e di Bianca Orsina Visconti (da questo secondo matrimonio nascono: Carlo Emanuele, Lodovica e Margherita).

Nel 1554 ambasciatore del duca all’imperatore nei Paesi Bassi. Nel 1556 signore di Villarboit (con Monformoso e Busonengo, acquistati da Antonio di Roasenda). Nel 1557 presente alla battaglia di S.Quintino con Eman. Filiberto che gli attribuisce il controllo delle mura di Casale. Nel 1559 plenipotenziario a Cateau-Cambrésis dove firma i trattati in rappresentanza di Emanuele Filiberto. Nel 1568 gran cancelliere degli stati di casa Savoia. Morì a Torino il 18 maggio 1575.

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da Treccani: Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 63 (2004)

di Alice Raviola

LANGOSCO, Giovanni Tommaso. – Nacque probabilmente a Stroppiana, presso Vercelli, all’inizio del XVI secolo; non è noto il nome della madre. Esponente di uno dei rami della famiglia, del consortile dei conti di Lomello, trasferitosi a Vercelli nel XIII secolo, secondo alcuni biografi il L. fu figlio di Camillo, secondo altri di Gian Matteo, conestabile di una delle porte della città o, secondo un’altra ipotesi, forse più plausibile, di uno dei fratelli di questo, Stefano. La fondazione di Stroppiana (1252), che il L. definiva affettuosamente “paisello”, è attribuita al suo casato (il L. al principe Emanuele Filiberto, 28 maggio 1552, in Tallone, p. 153).

Conseguita la laurea in giurisprudenza (non è nota l’università), si distinse come giureconsulto ed entrò in contatto con la corte del duca Carlo II di Savoia, di stanza a Vercelli. La prima concreta attestazione della sua attività di servitore ducale risale al 2 dic. 1543, data della prima lettera conservata del Langosco.

Scritta da Vigevano a Carlo II, è un ragguaglio della prima tappa del viaggio che lo avrebbe portato a Vienna con l’incarico di ambasciatore presso l’imperatore Carlo V, viaggio costellato da non poche difficoltà logistiche, come si apprende dalla descrizione del fortunoso arrivo a Trento: “in una fiumara appresso de Martinengo el postiglione fu ad annegare et io ne fui in grandissimo periculo […] tuto si guastò, però le litere et memorie di V.E. sono salve, ché io continuamente le porto sopra me, vicino al stomacho” (il L. al duca, 17 dic. 1543, in Tallone, p. 155).

Nel 1546 il L., impegnato in Baviera al seguito dell’esercito imperiale contro i protestanti della Lega di Smalcalda, ebbe modo di assistere alle prodezze militari del giovane Emanuele Filiberto, da poco insignito dell’Ordine del Toson d’oro e nominato comandante della guardia imperiale. Negli anni successivi continuò a far parte della ristretta cerchia del principe e fu proprio costui, nel 1549, a persuadere il padre a non richiamarlo in Piemonte, ritenendo indispensabile la sua presenza presso la corte imperiale. Dal punto di vista diplomatico, la missione del L., che durò fino al 1552 e si snodò tra Vienna, Worms, Ratisbona e Innsbruck, si concentrò su tre obiettivi: la richiesta di un sostegno economico-militare a tutela dei domini piemontesi minacciati dalla Francia; il consolidamento dell’alleanza tra il piccolo Ducato sabaudo e la Corona ispano-imperiale e, non ultimo, la rivendicazione della discendenza dei Savoia dalla casa di Sassonia, con conseguente rivalutazione del loro ruolo sul piano politico europeo.

Lettere scritte al duca e al principe di Piemonte a resoconto dei suoi contatti con i ministri imperiali, tra i quali N. Perrenot de Granvelle, restituiscono con vivacità l’asprezza dei conflitti religiosi in Germania e la difficoltà, per l’ambasciatore, di ottenere risposte chiare. Arduo, se non impossibile, era impedire che le truppe ispano-imperiali stanziate in Piemonte non gravassero sugli abitanti, al punto che questi avrebbero preferito “farsi turchi, nonché francesi, poiché in Turchia […] v’è assai miglior trattamento” (Merlin et al., p. 30).

La situazione era tesa, e il 1° apr. 1552 il L. scriveva al duca: “siamo in un grandissimo laberinto et pagura” (Arch. di Stato di Torino, Lettere di particolari, S, m. 88); le violenze erano all’ordine del giorno e onerose si facevano le condizioni di vita dell’ambasciatore, costretto a spendere molto per mantenere alto il decoro impostogli dalla carica e quindi a supplicare aiuti economici. Più faticose del previsto si erano inoltre rivelate le trattative relative all’antica origine dei Savoia, alle quali il L. si era dedicato con instancabile diligenza, finendo con il discutere su questioni di precedenza con i rappresentanti di altri principi tedeschi, in occasione della Dieta di Augusta del 1550. Tuttavia, proprio in quel frangente, l’esperienza e l’insistenza del L. gli avevano consentito di rafforzare le relazioni con l’imperatore e divenire uno dei migliori referenti della politica estera sabauda. Per questo, nel 1554, fu incaricato di precedere in Inghilterra Emanuele Filiberto, duca di Savoia dal 1553, invitato alle nozze di Maria Tudor e Filippo II di Spagna.

Partito da Calais il 1° settembre, in un primo momento a Londra il L. riuscì a preparare il terreno favorevole al suo signore, nonostante l’insinuante presenza del governatore di Milano Ferrante Gonzaga, ostile alla casa sabauda per la questione del Monferrato, il quale lo costringeva a “tenir le carte alte” (il L. al duca, 21 ott. 1554, ibid.). Al suo arrivo, Emanuele Filiberto fu accolto con tutti gli onori e insignito del prestigioso Ordine della Giarrettiera, ma fu delusa la sua speranza di vedersi assegnare il governo del Ducato di Milano, vacante per la fine del mandato di don Ferrante e affidato a Fernando Alvarez de Toledo, il duca d’Alba.

Nel gennaio del 1555 il L. andò a Bruxelles con Emanuele Filiberto e nella primavera poté rientrare in Piemonte dove, negli anni precedenti, era tornato solo per brevi periodi di congedo. Durante l’estate, sempre con il titolo di ambasciatore e anche in veste di consigliere ducale, fu incaricato di visitare Nizza, Cuneo e Fossano – le città, con Vercelli e Aosta, ancora in mano al duca – al fine di verificarne le condizioni e, soprattutto, di ottenere il pagamento di un donativo straordinario.

Anche questa missione fu problematica: le Comunità erano prostrate da anni di guerra, disponevano di poche risorse ed erano impossibilitate o restie a consegnare denaro e vettovaglie. Ancora una volta, il L. seppe procedere con abilità e ottenne 300 scudi e 200 sacchi di grano da Fossano, 500 scudi e 200 sacchi da Cuneo e una parte dei 2500 scudi richiesti ai Nizzardi, i più “retrogradi […] per la grandissima penuria che hano de grani” (il L. al duca, 25 ott. 1555, ibid.). Non mancò, inoltre, di portare a buon fine la compravendita del castello di Todone, ancora in possesso di Onorato Grimaldi di Boglio, nonché di fornire consigli sulla necessità di migliorare lo stato dei presidi piemontesi (quello della sua Vercelli in particolare) e di puntare su nuove risorse, come le miniere “d’argento, d’arramo […] di piombo, di acciale, di ferro […] et di carbone”, scoperte durante un’ispezione del Nizzardo, “un mondo de richesse nascoste” che avrebbe potuto risollevare le sorti economiche del Ducato (ibid., 19 ott. 1555).

Richiamato a Bruxelles nella primavera del 1556, nei tre anni successivi il L. seguì ancora Emanuele Filiberto sui fronti delle ultime fasi della guerra franco-ispanica e fu tra i diplomatici che, a partire dall’ottobre del 1558, intavolarono i colloqui di pace di Cercamp, poi trasferiti a Cateau-Cambrésis. Con Gian Francesco Cacherano d’Osasco si occupò soprattutto di definire le clausole del matrimonio tra Emanuele Filiberto e la figlia di Francesco I, Margherita di Valois, previsto dalla pace di Cateau-Cambrésis (3 apr. 1559). Nei mesi seguenti il L. fu inviato alla corte francese a seguire i preparativi per le nozze, celebrate a luglio, e fu tra i gentiluomini del seguito che accompagnò la coppia dalla Francia a Nizza e da lì, nel 1560, nei possedimenti piemontesi in fase di riunificazione.

Fu presumibilmente allora che il L. fu nominato gran cancelliere, a riprova della costante fiducia del sovrano nei suoi confronti. In assenza di patenti che attestino la promozione, il suo ruolo è provato dalla presenza, in quella veste, alla stipula di un contratto l’11 ott. 1560 a Fossano.

Parallelamente il L. consolidava la propria posizione patrimoniale acquistando i feudi di Villarboit (1557) e di Monformoso (1561). Da allora la sua attività proseguì in Piemonte e si concentrò sempre più tra la nascente corte di Torino e il castello di Rivoli, residenza abituale della duchessa dove, nel 1562, nacque il principe Carlo Emanuele. Nel 1560, insieme con altri quattro ministri ducali, fu creato “riformatore di studi” con l’incarico di fondare una nuova università a Mondovì, voluta dal duca – su consiglio del L. e del governatore della città, Carlo Francesco Manfredi di Luserna -, per accattivarsi le simpatie della ritrosa élite locale. Il L. chiamò in Piemonte, tra gli altri, il giurista cuneese Aimone Cravetta e il letterato ferrarese Giovan Battista Giraldi che, non a caso, lo ricordò nella dedica dei suoi Ecatommiti (1565).

Nel 1563, quando la presenza del duca nella capitale si fece definitiva, il L. divenne uno dei principali referenti del Consiglio municipale che, per ingraziarselo, gli offrì il porto di una delle aste del baldacchino per la processione del Corpus Domini, onore tradizionalmente riservato agli esponenti delle quattro famiglie più antiche del patriziato urbano.

Le occupazioni quotidiane del L. spaziavano dalle frequenti riunioni del Consiglio di Stato (durante le quali aveva il privilegio di sedere a tavola di fronte al duca) alla curatela degli interessi francesi della duchessa (con viva attenzione per la crescita del principe, descritta con dispacci quasi giornalieri tra il 1562 e il 1564), dal controllo dei lavori per la costruzione della cittadella di Torino al problema della razionalizzazione fiscale e daziaria del Ducato.

Uno dei temi predominanti della corrispondenza nei suoi ultimi anni è l’andamento del prezzo del grano, di cui divenne competente lavorando in seno alla magistratura delle Biade, creata da Emanuele Filiberto nel 1571.

Affacciatisi sulla scena altri uomini di fiducia del duca – da Andrea Provana di Leinì a Negron de’ Negro -, sul piano politico la posizione del L. dovette perdere progressivamente importanza. Non vennero mai meno, tuttavia, le prerogative onorifiche di cui aveva goduto e che furono amplificate nel 1573 con l’innalzamento al titolo di conte di Stroppiana. Nel settembre del 1574, in occasione del passaggio a Torino di Enrico III di Francia, fu il L. a occuparsi delle sontuose cerimonie di accoglienza, alle quali prese parte sfilando alla testa del Consiglio di Stato “vestito a lungo di velluto chermisino” (cit. in Storia di Torino, p. 240).

Negli ultimi mesi di vita, costretto a letto “da febre caterrale” (lettera del L. al duca, 26 marzo 1575, Arch. di Stato di Torino, Lettere di particolari, S, m. 88) e ormai impossibilitato a scrivere, continuò comunque a curare parte degli affari affidatigli, quali la costruzione di un naviglio da Ivrea a Torino e il recupero di alcuni benefici ecclesiastici.

Il L. morì a Torino il 18 maggio 1575.

Emanuele Filiberto volle che gli fossero tributati funerali solenni, nonostante il L., con testamento del 15 maggio 1569, avesse chiesto di essere sepolto senza pompa nella chiesa di S. Paolo di Vercelli. Con le disposizioni testamentarie lasciò l’usufrutto dei suoi beni alla seconda moglie, Antonia dei conti di Montafia, consigliandole di ritirarsi nel feudo di Villarboit per amministrare il patrimonio di famiglia e badare alle loro figlie Margherita e Ludovica, dotate con 3000 scudi d’oro ciascuna e andate spose rispettivamente al conte Bernardino Parpaglia della Bastia (i cui eredi presero poi il nome di Parpaglia-Langosco) e al conte Ludovico Birago San Martino di Vische. Costituì suo erede universale l’unico figlio maschio, Carlo Emanuele, che morì senza discendenti nel 1625. A Beatrice – unica figlia nata dal suo primo matrimonio, con Delia Roero di Sanseverino, e celebre per la sua relazione con Emanuele Filiberto – lasciò alcune proprietà e, soprattutto, l’eredità del nome alla corte sabauda.

Apprezzato per l’indiscussa fedeltà e l’indefessa applicazione, il L. fu considerato già dai contemporanei sopravvalutato nel suo ruolo, rispetto alle reali capacità e poco incline alla comprensione delle cose politiche. Valga per tutti il commento dell’ambasciatore veneto Andrea Boldù: “Il conte di Stroppiana […] è il primo presso S.E. al quale, come gran cancelliere, è commesso il governo maggiore di quello stato. Non ha egli di gran lunga corrispondente il valore al buon volere che si ritrova, e per tale è conosciuto da ciascuno” (Relazione… di Andrea Baldù, 1561, p. 433). E ancora Francesco Morosini definì il L. “uomo certo da bene et di buona volontà, ma poco intendente di governo e di stato” (Relazione… di Francesco Morosini, 1570, p. 128). Il giudizio fu ripreso e appesantito dalla storiografia sabaudista di matrice ottocentesca, concorde con gli ambasciatori veneti nel ritenere che Carlo II e Emanuele Filiberto avessero fatto ricorso a uomini come il L. per mancanza di funzionari più preparati, e pronta a biasimarne l’insistenza dei modi, la grossolanità dello stile, la scarsa prontezza. Pesò grandemente sulla valutazione complessiva della sua figura la relazione della figlia Beatrice con Emanuele Filiberto, considerata da Dionisotti e da altri il vero motivo del suo successo. Studi più recenti, invece, gli restituiscono opportunamente il ruolo giocato nell’ambito della politica sabauda di metà Cinquecento.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Torino, Lettere ministri, Austria, mm. 2-3; Gran Bretagna, m. 1; Camerale, Patenticontrollofinanze, regg. 1561, I, cc. 1, 127; 1561, III, c. 263; Torino, Biblioteca Reale, St. patria, 1074: P. Massara di Previde, Genealogie patrie, III, E-L, s.d. (ma XIX sec.), c. 957; Ibid., A. Manno, Il patriziato subalpino…, vol. H-Lazzara (dattil.), p. 151; Relazione della corte di Savoia di Andrea Boldù, 1561, in Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, a cura di E. Alberi, s. 2, I, Firenze 1839, pp. 410 s., 433 s.; Relazione della corte di Savoia di Sigismondo Cavalli, 1564, ibid., II, ibid. 1841, p. 31; Relazione della corte di Savoia di Francesco Morosini, 1570, ibid., pp. 117, 128; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, II, Firenze 1861, pp. 128, 417; C. Dionisotti, Notizie biografiche dei vercellesi illustri, Biella 1862, pp. 53, 253; D. Promis, Di una medaglia rappresentante Beatrice Langosco e brevi notizie sulla sua famiglia, Torino 1867, pp. 4 s.; L. Cibrario, Origini e progressi delle istituzioni della monarchia di Savoia sino alla costituzione del Regno d’Italia, Firenze 1869, pp. 141 s.; G. Claretta, Il duca di Savoia Emanuele Filiberto e la corte di Londra negli anni 1554 e 1555. Reminiscenze storico-diplomatiche raccolte su documenti inediti, Pinerolo 1892, pp. 9-11, 13-18, 20 s., 23-25, 27, 29 s., 32-35, 37-39, 45-49, 51-56, 59, 64, 71-76; C. Dionisotti, Storia della magistratura piemontese, II, Torino 1881, pp. 196 s.; A. Tallone, Un vercellese illustre del secolo XVI: G.T. L. di Stroppiana, gran cancelliere di Emanuele Filiberto, Saluzzo 1900; W. Barberis, Le armi del principe. La tradizione militare sabauda, Torino 1988, p. 158; P. Merlin et al., Il Piemonte sabaudo. Stato e territorio in età moderna, Torino 1994, ad ind.; P. Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe tra il Piemonte e l’Europa, Torino 1995, ad ind.; Storia di Torino, III, Dalla dominazione francese alla ricomposizione dello Stato (1536-1630), a cura di G. Ricuperati, Torino 1998, ad indicem.