Beatrice. Beatrice Langosco - monetaVedova in prime nozze, divenne amante del duca Emanuele Filiberto di Savoia, da cui ebbe tre figli naturali da lui legittimati: Ottone (morto in tenera età), Matilde, e Beatrice. (Bibliografia 10 – pag. 4.)

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da Treccani: Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 63 (2004)

di Alice Raviola

LANGOSCO, Beatrice. – Unica figlia nata dal matrimonio di Giovanni Tommaso, conte di Stroppiana, e Delia Roero di Sanseverino, secondo D. Promis (p. 7) nacque “sulla metà del XVI secolo”.

Pur in assenza di dati più precisi, è possibile anticipare di almeno un decennio la sua data di nascita, considerando che nel 1547 risulta cofondatrice, insieme con la matrigna Antonia di Montafia, sposa in seconde nozze di Giovanni Tommaso, della Confraternita torinese del Ss. Nome di Gesù. Scarsissime restano le notizie intorno alla sua giovinezza, svoltasi certamente a contatto con gli ambienti della corte di Torino in virtù della posizione di prestigio ricoperta dal padre.

Tra il 1565 e il 1570 fu data in sposa al nobile astigiano Giovanni Francesco Scarampi, conte di Vesime, poi inviato in Spagna per servizio del duca Emanuele Filiberto, come si deduce dal suo testamento, rogato a Madrid il 24 ott. 1573. Sul motivo della missione spagnola dello Scarampi, così come sulle sue ultime volontà – morendo nel 1575 lasciò tutti i beni non alla consorte, ma alla sorella Claudia, moglie di Bonifacio Valperga di Caluso -, è lecito sospettare che avesse inciso la predilezione mostrata dal duca per l’avvenente Langosco. Tra i due era infatti nata una relazione che D. Promis, forse nel tentativo di giustificare la L., colloca negli anni immediatamente successivi alla vedovanza dei due (nel 1574 al duca era mancata la consorte Margherita di Valois). Le illazioni sulla fortunata carriera di Giovanni Tommaso, attribuita da C. Dionisotti al favore goduto dalla figlia presso il sovrano, e il ricordato allontanamento da Torino del marito della L., potrebbero tuttavia far pensare a un legame preesistente.

G. Claretta, polemizzando a tal proposito con l’interpretazione di Dionisotti e facendo riferimento a “un manoscritto assai curioso ritenuto da me”, scrisse che “il duca ebbe occasione di frequentare da vicino il Langosco […] per ragione della sua carica [di gran cancelliere] e non prima. E fu allora che recandosi buonamente alla sua abitazione, che era presso l’odierno palazzo ducale detto del Chiablese di Torino, ebbe mezzo di ammirare le bellezze di quella donzella, e rimanerne colto d’amore. Quindi coll’astuzia propria degli amanti, […] egli usando d’allora in poi con frequenza nella casa del Langosco, soleva consegnargli voluminosi incartamenti di affari di stato, de’ quali chiedeva pronto parere affine di tenerlo occupato nel suo studiolo, e riservare a sé la libertà di goder de’ vezzi di Beatrice” (p. 73).

Dall’unione extraconiugale nacquero tre figli: Ottone, morto bambino; Beatrice, promessa sposa sin dal 1577 a Filiberto Ferrero di Masserano con una dote di 30.000 scudi d’oro ma deceduta nel 1580; Matilde, legittimata il 10 febbr. 1577, poco dopo la nascita.

Risale probabilmente a quegli anni di stretta intimità con il duca il conio di una moneta disegnata dal cesellatore Alfonso Ruspagiari, di Reggio Emilia, sulla quale la L. “è effigiata colla capigliatura capricciosamente acconciata e col petto alquanto scoperto con attorno Beatrice Lang Scar di Vesme” (Promis, p. 8). Sempre in quel periodo, la posizione patrimoniale della L. risulta particolarmente solida: oltre ad aver acquistato per ben 25.000 scudi d’oro il feudo e i redditi di Pianezza, di cui fu investita nel dicembre del 1578, possedeva numerosi edifici nella zona circostante la piazza Castello di Torino che, dalla fine degli anni Settanta, divenne sempre più lo spazio rappresentativo del potere del principe. A differenza di altri proprietari della zona, inoltre, non fu costretta a vendere alla Camera ducale, incaricata dal duca di acquistare siti e fabbricati interessati dai progetti di ampliamento e abbellimento della piazza, avviati nel 1579. Sempre nel 1579, infine, venne infeudata del luogo e giurisdizione di Caselle. Dopo la morte di Emanuele Filiberto (30 ag. 1580), la L. riuscì a mantenere il suo prestigio a corte, e nel 1583 sposò in seconde nozze il patrizio bresciano Francesco Martinengo, conte di Malpaga, giunto in Piemonte nel 1568 come colonnello di cavalleria e fanteria e divenuto ben presto uno dei più fidati consiglieri del nuovo duca Carlo Emanuele I. L’ottima posizione del marito e la nascita di due figli maschi, Gaspare Antonio e Gherardo, indussero la L. a modificare due volte il testamento rogato il 1° ott. 1580, poco dopo il decesso del duca suo protettore: il 29 ag. 1584 testò lasciando al consorte il feudo di Pianezza, eretto in marchesato nel 1581 e originariamente destinato a Matilde, e il 24 maggio 1597 riformulò le sue ultime disposizioni a vantaggio del primogenito Gaspare Antonio.

Alla fine degli anni Ottanta, la L. disponeva non solo di beni feudali redditizi, ma anche di considerevoli capitali liquidi. Nel dicembre del 1587 risultava creditrice di 15.357 lire prestate, dopo aver venduto alcune “sue possessioni” (Arch. di Stato di Torino, Camerale, Patenticontrollofinanze, reg. 1587 in 1588, c. 329), al munizioniere della scuderia ducale Andrea Cinzanotto per l’acquisto di alcuni cavalli per conto di Carlo Emanuele I. La somma le sarebbe stata rimborsata entro tre anni dai gabellieri ducali Nicolino e Francesco Ratti. Godeva, inoltre, di una pensione annua di 500 scudi (equivalenti a 1500 lire di Piemonte), da prelevare sui redditi annui della Comunità di Pianezza. La facoltà le fu confermata nel 1589 e nel 1590, “nonostante l’ordine della general sospensione” degli stipendi decretato a causa delle spese straordinarie dovute alla guerra per il marchesato di Saluzzo (ibid., regg. 1588 in 1589, c. 386; 1589 in 1590, c. 352). Nel 1592, inoltre, la L. fu agevolata nella completa acquisizione del feudo di Pianezza, per il quale restavano da pagare 6215 scudi d’oro, con un decreto di rimborso della somma concesso a suo favore dalla duchessa Caterina d’Asburgo.

La pensione della L. aveva però subito un drastico ridimensionamento a pochi anni dalla morte di Emanuele Filiberto, il quale l’aveva fissata a 1500 (e non a 500) scudi annui. Dai primi anni Novanta, inoltre, le sue prerogative furono ulteriormente ridotte: Carlo Emanuele I, anche per via delle preferenze riservate ad altri cortigiani, revocò alla L. l’infeudazione del luogo e giurisdizione di Caselle per assegnarla al conte Bernardino Savoia-Racconigi, congiunto del duca nonché uno dei suoi favoriti. Chiesto il risarcimento per mezzo di una supplica, la L. si vide allora riconfermato dal duca l’assegno annuo di 1500 lire con facoltà di trasmetterlo in eredità, loro vita natural durante, alle altre due figlie avute dal Martinengo, “essendosene noi benignamente contentati, sì racordevoli della grata servitù che la detta marchesa ha fatta [in] tant’anni come anco in consideratione della continuatione sua verso di noi et per altri degni rispetti che voluntieri ci muovono” (ibid., reg. 1593 in 1594, c. 55).

L’impressione che si ricava dal tenore di questo e di altri provvedimenti emanati negli anni successivi a favore della L. è che la sua posizione a corte stesse via via perdendo terreno e che solo il ricordo del suo legame con Emanuele Filiberto la mantenesse relativamente salda. Uno dei motivi di questa lenta decadenza va indubbiamente cercato nelle dimissioni dall’esercito sabaudo di Francesco Martinengo, il quale, pesantemente accusato dalla fazione filospagnola della corte di eccessiva simpatia verso la Francia, nel 1597 preferì tornare a servire la Repubblica di Venezia, di cui era suddito nativo. Da allora la L. fu costretta a sollecitare più volte, e sempre con suppliche formali, il regolare pagamento della sua pensione, accresciuta di sole 31 lire nel 1601 e confermata nuovamente due anni più tardi. Questi ultimi dati, peraltro, sono sufficienti a smentire l’ipotesi di Promis (p. 9) secondo cui la morte della L. “debba essere avvenuta nel 1598”; la svista è altrettanto sintomatica della scomparsa pressoché totale del nome della L. dalle cronache e dagli atti ducali.

Si può supporre che la L. fosse rimasta in Piemonte con i figli e avesse atteso alla gestione del patrimonio familiare. Lo lasciano intendere gli ultimi documenti in cui si trova menzionata, il primo dei quali è un atto notarile del 1° luglio 1610 con cui, ancora ricordata come figlia del “Gran canselier”, concesse in affitto a tal Jean Comis, di Aix-en-Provence, un palazzo sito nella parrocchia di S. Giovanni, affacciato su piazza Castello e corredato di portici e di diverse “boteghe”. Il contratto, che prevedeva una locazione di tre anni a 300 ducatoni d’argento ciascuno, fu rogato con il notaio Paolo Bunis “nella salla della casa del signor Fabricio Dentis, habbitatione dell’infrascritta eccellentissima signora Beatrice” (Arch. di Stato di Torino, Ufficio di insinuazione di Torino, 1610, l. VII, c. 147). Con un secondo atto notarile, ancora firmato Bunis, la “dama Beatrice Langhosca Martinenga […] con intervento e concerto dell’illustrissimo Gaspare Antonio suo figliolo primogenito”, ottenne in prestito dalla Comunità di Pianezza la somma di 1000 scudi, promettendone la pronta restituzione e garantendo in cambio la copertura dei debiti di alcuni abitanti del feudo (ibid., 1611, l. I, c. 155, 14 dic. 1610).

Si trattò di una delle ultime manovre patrimoniali della L., che morì nel 1612.

In seguito al decesso, la figlia Matilde di Savoia impugnò il testamento della L. che garantiva al fratellastro Gaspare Antonio la successione nella giurisdizione di Pianezza. Dopo una lite decennale, puntando sul prestigio di cui sempre Matilde godette a corte nonostante il matrimonio con Carlo di Simiane, signore d’Albigny, misteriosamente caduto in disgrazia nel 1608, riuscì a entrarne in possesso e a trasmetterlo al figlio Carlo Emanuele, che unì poi al cognome il predicato di Pianezza.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Torino, Camerale, Patenticontrollofinanze, regg. 1587 in 1588, c. 329; 1588 in 1589, c. 386; 1589 in 1590, c. 353; 1591 in 1593, c. 289; 1593 in 1594, c. 55; 1595 in 1596, c. 14; 1596 in 1597, c. 220; 1597 in 1601, c. 268; 1602 in 1603, c. 222; Ufficio di insinuazione di Torino, 1610, l. VII, c. 147; 1611, l. I, c. 155; Torino, Biblioteca Reale, A. Manno, Il patriziato subalpino, vol. H-Lazzara (datt.), p. 152; vol. Man-Martini (datt.), p. 294, s.v. Francesco Martinengo; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, II, Firenze 1861, pp. 128, 417; D. Promis, Di una medaglia rappresentante B. L. e brevi notizie sulla sua famiglia, Torino 1867; C. Dionisotti, Storia della magistratura piemontese, II, Torino 1881, pp. 196 s.; G. Claretta, Il duca di Savoia Emanuele Filiberto e la corte di Londra negli anni 1554 e 1555. Reminiscenze storico-diplomatiche raccolte su documenti inediti, Pinerolo 1892, pp. 73 s.; W. Barberis, Le armi del principe. La tradizione militare sabauda, Torino 1988, pp. 124 s.; P. Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe tra il Piemonte e l’Europa, Torino 1995, pp. 160, 192; E. Stumpo, Spazi urbani e gruppi sociali (1536-1630), in Storia di Torino, III, Dalla dominazione francese alla ricomposizione dello Stato (1536-1630), a cura di G. Ricuperati, Torino 1998, p. 211.