Jacopo Languschi, figlio di Giovanni da Pavia. Letterato e politico nato a Venezia ca. 1385 – + ca.1470. Notaio a Venezia nel 1409. Segretario ducale nel 1410. Ambasciatore di Venezia a Genova, Udine, Ferrara, e Bologna dal 1416 al 1419. A Costantinopoli nel 1422. Studiò alle arti a Padova, dove insegnò retorica da almeno il 1423 fino al 1431 e conseguì la licenza in quest’anno. Menzionato in vari documenti come “segretario apostolico”. A Roma, prestò servizio nella cancelleria papale sotto Eugenio IV, che gli concesse alcune proprietà nella diocesi di Padova, dove risiedette durante gli anni Quaranta. Può essere stato a Costantinopoli nel 1453 e aver assistito alla caduta della città

Fu apprezzato oratore e poeta. Compose sonetti, orazioni, la Excidio e presa di Costantinopoli nell’anno 1453, alcune commedie più tardi plagiate da Tito Livio Frulovisi (che negò l’accusa), un’opera “super epistolas” e lettere a Leonardo Bruni e Ambrogio Traversari.

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da Treccani: Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 63 (2004)

di Giuseppe Gullino

LANGUSCHI, Jacopo (Giacomo). – Figlio di Giovanni, originario di Pavia, nacque a Venezia negli anni Ottanta del Trecento e sempre a Venezia dovette compiersi la sua prima formazione culturale e professionale. Il primo dato certo che abbiamo su di lui porta la data del 4 ott. 1409 quando, a Venezia, il L., in qualità di notaio imperiale, autenticò una sentenza pronunciata dal conte Amedeo VIII di Savoia in una vertenza che opponeva il Comune di Venezia a quello di Genova, riguardo a certi danni patiti da alcuni mercanti veneziani.

Poco più di un anno dopo (30 dic. 1410) il L. registrò la composizione della controversia sommando al titolo notarile quello di scrivano ducale: ciò significa che egli era ormai iscritto nei ruoli della Cancelleria veneziana, come testimonia anche un aumento del salario accordatogli il 18 marzo dello stesso anno. Il 30 dic. 1413, in occasione dei preparativi per l’elezione del doge Tommaso Mocenigo, fu definito “notarius Venetiarum”; poi verosimilmente si recò a Genova dove soggiornò a più riprese per diverso tempo dal 1414, come procuratore del Comune, con l’incarico di sbrigare nuove controversie che opponevano le due Repubbliche marinare, soprattutto in fatto di commerci col Levante.

Il L. si occupò in quel periodo anche di un contenzioso aperto fra il Comune veneziano e il genovese Pietro Spinola, investito dal duca di Milano, Filippo Maria Visconti, di un feudo nel Veronese da poco entrato a far parte dei domini marciani. Nei mesi di luglio e agosto del 1415 il L. era ancora a Genova nell’intento di recuperare i 6000 ducati reclamati nei confronti dello Spinola; qui egli aveva dapprima affiancato e poi sostituito il collega Ludovico da Saffignano, costretto a tornare a Venezia (novembre 1415) per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. È possibile che in quella circostanza anche il L. sia tornato a Venezia, giacché il 26 marzo 1416 il Senato gli forniva ulteriori commissioni nell’imminenza di una nuova missione a Genova, per l’irrisolta contesa con lo Spinola, sostanzialmente riconducibile a rivendicazioni di natura economica: alla fine si giunse a un compromesso tra Venezia e Baldassare Spinola, erede di Pietro, consistente in un piano di ammortamento del debito mediante rateizzazione, e il 4 genn. 1417 il Senato comunicò al L. il proprio assenso all’accordo così faticosamente raggiunto, insieme col permesso di rimpatriare “de omnibus informatus”.

Il 15 marzo 1417 si trovava ancora a Genova, il 24 genn. 1418 fu inviato a Latisana, dove erano acquartierate le truppe venete che operavano in Friuli, per sostenere le ragioni di Tristano Savorgnan contro la Comunità di Udine; in questo caso l’azione del L. rientrava in una delle tante manovre che preparavano l’annessione dei domini del patriarcato a quelli veneziani; furono invece pretesti di natura prevalentemente giuridico-diplomatica quelli che il 28 maggio 1418 portarono il L. a Ferrara, onde assicurare al marchese Niccolò (III) d’Este, all’epoca signore di Parma, l’appoggio veneziano contro il duca di Milano, che aveva recato gravi danni al contado di Parma. Il 6 nov. 1419 il L. fu inviato a Bologna per trattare l’ingaggio di truppe da spedire in Friuli, di cui Venezia stava portando a termine l’annessione; nella circostanza il L. riuscì ad assicurare al Comune la “condotta” di Pietro da Montefalco (2 dic. 1419) e a se stesso un ulteriore miglioramento dello stipendio, come provano l’acquisto di un prezioso libro già appartenuto al defunto procuratore Pietro Corner e, soprattutto, l’aumento dell’aliquota relativa all’imposizione fiscale cui dovette sottostare il 18 giugno 1420. Nel mese di ottobre lo troviamo ancora a Genova, per protestare una volta di più contro uno Spinola; si trattava di Giovanni Ambrogio, accusato di aver commesso atti di pirateria contro alcune navi veneziane al largo dell’isola greca di Sapienza, nello Ionio. Anche questa volta la complessità della vertenza costrinse il L. a una lunga permanenza in Liguria, della quale egli stesso richiedeva il compenso presentandosi di persona alla Signoria il 5 marzo 1422 ed elencando le ingenti spese sostenute a Genova: “ubi pluribus mensibus de nostro mandato stetit” (Barile, p. 54).

La King (p. 565) ipotizza inoltre una permanenza del L. a Costantinopoli nello stesso anno 1422, identificandolo con quello “Jacopo Veneto” che avrebbe trascritto, in alternanza con Giovanni Aurispa, un manoscritto contenente il De finibus di Cicerone; quel che appare certo, tuttavia, è che l’eventuale soggiorno sul Bosforo del L. non può essere ricondotto a una missione politico-diplomatica, dal momento che i registri del Senato non ne riportano traccia.

Dal 1423 sino al 30 sett. 1428, o forse addirittura fino al 16 ag. 1431, allorché conseguì il dottorato in artibus, il L. soggiornò a Padova, dove succedette a Gasperino Barzizza nell’insegnamento della retorica con un salario annuo di 80 fiorini; della sua cultura e della molteplicità dei suoi interessi fanno fede gli intensi rapporti epistolari che tenne in quegli anni con le principali emergenze nell’ambito umanistico, da Francesco Barbaro a Guarino Veronese, da Nicolò Leonardi ad Ambrogio Traversari, da Francesco Filelfo a Giorgio da Trebisonda, Sebastiano Bursa, Leonardo Bruni, Cristoforo de Scarpis, Pier Candido Decembrio.

Scrisse anche una commedia, perduta e di cui si ignorano il titolo e la data di composizione, che però sarebbe stata plagiata da Tito Livio de’ Frulovisi nella sua Corallaria, benché nulla possa dirsi circa la consistenza d’una tale accusa. Della sua produzione letteraria ci restano tre orazioni (probabilmente pronunciate in occasioni ufficiali, nel corso di altrettante missioni diplomatiche): una recitata dinanzi a Martino V, un’altra per un non meglio identificato abate, parimenti letta alla presenza del pontefice (entrambe collocabili fra il 1428 e il 1431), e una terza per il matrimonio di una figlia di Marco Guidiccioni, nella corte estense di Ferrara. Sicuramente del L. sono anche una lettera al Traversari e tre sonetti di imitazione petrarchesca; ma la sua produzione fu probabilmente ben più intensa, secondo quanto afferma Francesco Contarini. Un’opera vasta, dunque, ma non troppo felice, visto che le testimonianze concordano nel giudicarla inelegante, dal punto di vista sia della metrica, che appare incerta, sia dello stesso significato, non di rado oscuro. Nell’Ermafroditus, per esempio, il Panormita (Antonio Beccadelli) lo accusa di ricorrere a parole volutamente ricercate, anche se inappropriate al testo e dal senso recondito: “Languscus […] Exprimit ex clausis loculis lectissima quaedam / Verba sonora quidem, sed tamen apta parum / […]. Inde fit ut scribat quae non intelligat ipse” (citato da Sabbadini, 1917, p. 499).

Più letterato che poeta dunque, il L., ma indubbiamente uomo di vasta e varia cultura; Bernardo Bembo, infatti, in una chiosa autografa apposta a una copia del De architectura di Vitruvio, già appartenuta al L., lo definisce “matematico”, aggettivo che nel XV secolo poteva essere applicato anche agli esperti di astronomia, una scienza che allora faceva tutt’uno con l’astrologia; nel Trialogus il L. è ritenuto esperto di astrologia; inoltre, e soprattutto, nel contratto stipulato a Padova il 16 ott. 1430 per la realizzazione dell’orologio di piazza dei Signori, il L. compare come “preclarus magister”, “doctissimus in arte astrologie”, insomma un’autorità in fatto di astronomia. Pertanto, ove si consideri che tale orologio era in realtà una complessa macchina astrologico-religiosa in grado di inquadrare l’esistenza dell’uomo nell’ordinamento e nella cronologia cosmologica, la presenza in qualità di esperto e la qualifica attribuita al L. in tale circostanza assumono il valore di una prova decisiva circa la complessità della sua cultura.

Nel corso della sua permanenza a Padova il L. fu sin dal maggio 1428 fra i segretari di papa Martino V, ma probabilmente continuò a dimorare e insegnare presso lo Studium patavino per almeno altri tre anni: nella città antenorea, con la quale il rapporto rimase sempre fortissimo, il 15 nov. 1429 fu testimone di un dottorato in medicina e il 16 maggio 1431 vi conseguì la laurea nelle arti liberali.

Subito dopo il L. abbandonò l’insegnamento e si trasferì a Roma, dal momento che il nuovo pontefice Eugenio IV (Gabriele Condulmer, veneziano) lo volle nella Segreteria apostolica, dietro suggerimento del proprio nipote, il cardinale Francesco Condulmer.

Appunto a Roma, il 6 apr. 1433, troviamo il L. sottoscrivere, in qualità di ufficiale della Curia papale, una bolla di Eugenio IV che consentiva al governo marciano di arrestare gli ecclesiastici veneziani, qualora rei di delitti comuni; l’ultima sua presenza documentata nella Segreteria apostolica è del 1441, dopo la quale data ritroviamo il L. a Padova per tutto il corso del quinto decennio del secolo.

Qui infatti, il 2 genn. 1443, effettuò un deposito cauzionale di danari e un anno dopo (7 maggio 1444) presentava la polizza d’estimo, dalla quale si evince ch’egli abitava nella contrada del Duomo, presso il vescovato, e che possedeva 37 “campi” a Creola, un’altra possessione (non quantificata, evidentemente perché valliva) a Solesino nella bassa Padovana e parte di un mulino e alcune vigne situate nei pressi dei colli Euganei, a Calaone. In seguito il L. avrebbe incrementato le sue proprietà; l’ultimo documento ufficiale che abbiamo su di lui, datato 16 dic. 1452, riguarda infatti alcuni terreni concessi dal pontefice in enfiteusi al L. nel Padovano.

Sempre in questo territorio sappiamo che nel 1461 un suo figlio illegittimo, Giovanni, godeva alcune pensioni gravanti sul monastero di S. Maria delle Grazie, a Lispida, uno dei principali centri estrattivi dei colli Euganei, da cui si ricavava la trachite, largamente impiegata nell’edilizia ecclesiastica e signorile di Padova.

Dopo il dicembre 1452 sono da registrare testimonianze talvolta contraddittorie: sappiamo infatti che al L. viene attribuita una relazione sulla caduta dell’Impero bizantino intitolata Excidio e presa di Costantinopoli, inserita dal cronista Giorgio Dolfin nella sua Cronica.

Il testo del Dolfin, però, non dice che la descrizione della fine di Costantinopoli sia del L., ma si limita ad attribuire a quest’ultimo soltanto un incisivo ritratto di Maometto II: “El signor Maumetho è giovane di 26 anni, ben complexionato, et de corpo più presto grande che de media statura; nobile in arme, di poco riso, di magnanima liberalità, ostinato nel proposito, audacissimo in ogni cosa, aspirante a gloria quanto Alexandro macedonico” (cc. 313v-314r; cfr. anche Pertusi, 1983, pp. 172-175). Nonostante l’affermazione del Dolfin, che l’attribuisce a “Jacomo Langusto Veneto”, sono state avanzate riserve anche circa la paternità di questo ritratto del conquistatore, che ne ricorda uno analogo steso dal greco Nicolò Sagundino nel dicembre 1453 (Davies, pp. 16 s.); ancora, tutto ciò non prova affatto che il L. fosse presente a Costantinopoli durante l’assedio; egli infatti (come ipotizza Pertusi, 1974, pp. 136 s.) potrebbe aver utilizzato fonti di altra mano.

Un elemento decisivo per negare la presenza del L. a Costantinopoli nel corso di quei tragici eventi potrebbe essere costituito dalla già ricordata testimonianza di Bernardo Bembo, che proprio nel 1453 acquistò un trattato De architectura di Vitruvio, precedentemente appartenuto al L. e posto in vendita dopo la sua morte, avvenuta a Padova in quello stesso anno, come precisa una chiosa del manoscritto (Giannetto, p. 24). Tra la fine del 1452 e il 1453 va quindi collocata la data della morte del Languschi.

Decisamente inconsistente appare pertanto l’ipotesi, accettata da vari autori, secondo cui il L. sarebbe stato ancora vivo nel 1467, allorquando l’umanista e politico veneziano Candiano Bollani avrebbe scritto il Trialogus in rebus futuris annorum XX proximorum (Venezia, Biblioteca naz. Marciana, Mss. lat., cl. XIV, 245 [=4682], cc. 2r-9v), dialogo a tre fra lo stesso Bollani, il vescovo di Brescia Domenico Domenichi e un L. molto vecchio e fornito di ampie cognizioni filosofiche e astrologiche. È proprio il “Languscus philosophus”, protagonista della discussione, che propone una serie di fantasiosi vaticini sulle vicende italiane a partire dal 1465, accanto a predizioni di eventi di più ampio respiro, come la riconquista di Bisanzio da parte dei cristiani, fissata all’anno 1492. In tempi più recenti, tuttavia, il Davies (pp. 17-21) ha avanzato dubbi circa l’autore e la data di composizione del Trialogus, che potrebbe risalire agli anni Ottanta del XV secolo ed essere opera di un Ludovico Corner, detto dei Righi (e in questo caso – a nostro parere – potrebbe trattarsi di uno zio del famoso Alvise Corner).

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Venezia, Senato, Misti, regg. 51, cc. 115v-116r; 52, c. 70v; Senato, Deliberazioni, Secreta, regg. 6, cc. 114r, 117v, 125v, 130r; 7, cc. 18v, 119r, 125v, 183r; Venezia, Biblioteca naz. Marciana, Mss. it., VII, 794 (=8503): G. Dolfin, Cronica…, cc. 313v-323v; I Libri commemoriali della Repubblica di Venezia. Regesti, a cura di R. Predelli, III, Venezia 1883, pp. 334, 348, 381; IV, ibid. 1896, p. 173; Régestes des déliberations du Sénat de Venise concernant la Romanie, II, 1400-1430, a cura di F. Thiriet, Paris-La Haye 1959, pp. 185 s.; Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini ab anno 1406 ad annum 1450…, a cura di G. Zonta – G. Brotto, I, Padova 1970, pp. 235, 265; L. Fincati, La presa di Costantinopoli (maggio 1453), in Archivio veneto, n.s., XVI (1886), 1, p. 19; A. Segarizzi, J. L. rimatore veneziano del secolo XV, in Atti dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, s. 3, X (1904), pp. 179-182; Id., Francesco Contarini politico e letterato veneziano del secolo XV, in Nuovo Archivio veneto, XII (1906), 1, p. 283; Id., Antonio Baratella e i suoi corrispondenti, in Miscellanea di storia veneta edita per cura della R. Deputazione veneta di storia patria, s. 3, X (1916), p. 112; R. Sabbadini, La polemica fra Porcelio e il Panormita, in Rendiconti dell’Istituto lombardo di scienze e lettere, s. 2, L (1917), pp. 499 s.; Epistolario di Guarino Veronese, a cura di R. Sabbadini, III, Venezia 1919, pp. 36, 392 s.; F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento, a cura di A. Pertusi, Firenze 1966, pp. 440 s., 443 s.; A. Pertusi, La lettera di Filippo da Rimini, cancelliere di Corfù, a Francesco Barbaro e i primi documenti occidentali sulla caduta di Costantinopoli (1453), in Μνημόσυνον ΣοϕίαϚ Αντωνιάδη, Biblioteca dell’Istituto ellenico di studi bizantini e postbizantini di Venezia, Venezia 1974, pp. 120-122, 134, 136 s.; A. Balduino, Le esperienze della poesia volgare, in Storia della cultura veneta, 3, Dal primo Quattrocento al concilio di Trento, a cura di G. Arnaldi – M. Pastore Stocchi, I, Vicenza 1980, p. 294; A. Pertusi, L’umanesimo greco dalla fine del secolo XIV agli inizi del secolo XVI, ibid., pp. 243, 245; G. Lucchetta, L’Oriente mediterraneo nella cultura di Venezia tra Quattro e Cinquecento, ibid., II, pp. 380, 387; G. Padoan, La commedia rinascimentale a Venezia dalla sperimentazione umanistica alla commedia “regolare”, ibid., III, p. 378; A. Pertusi, Testi inediti e poco noti sulla caduta di Costantinopoli, a cura di A. Carile, Bologna 1983, pp. 167 s.; N. Giannetto, Bernardo Bembo umanista e politico veneziano, Firenze 1985, pp. 24, 94 s., 301 s.; M.C. Davies, An enigma and a phantom: Giovanni Aretino and G. L., in Humanistica Lovaniensia, XXXVII (1988), pp. 1-29; M.C. Billanovich, La vicenda dell’orologio di piazza dei Signori a Padova: committenti, esecutori, modalità di costruzione, in Archivio veneto, s. 5, CLXVIII (1989), pp. 52, 64; M.L. King, Umanesimo e patriziato a Venezia nel Quattrocento, Roma 1989, pp. 27, 74, 109, 377, 405 s., 410, 416, 552, 564-567; E. Barile, Littera antiqua e scritture alla greca. Notai e cancellieri copisti a Venezia nei primi decenni del Quattrocento, Venezia 1994, pp. 52-55, 60; M.C. Billanovich, Attività estrattiva negli Euganei. Le cave di Lispida e del Pignaro tra Medioevo ed Età Moderna, Venezia 1997, p. 8; D. Gallo, Università e signoria a Padova dal XIV al XV secolo, Trieste 1998, p. 99; Rep. fontium hist. Medii Aevi, VII, p. 138.